Le fonti alternative di finanziamento per le strategie di crescita delle imprese italiane 13/09/2016

La crisi tra sistema imprenditoriale e sistema bancario ha portato alla nascita di strumenti di finanziamento alternativi, sempre più presenti e in continua crescita; purtroppo però, in Italia, l’uso di questi strumenti è ancora limitato a settori e contesti specifici.

Negli ultimi anni le dinamiche del contesto competitivo hanno creato una spaccatura via via sempre più accentuata tra le imprese che hanno sofferto la crisi economica e quelle in grado di stare al passo con le sfide dell’internazionalizzazione, dell’innovazione e del continuo rinnovamento. Le determinanti di questa spaccatura sono molte e di certo un ruolo importante è da attribuirsi alla crisi del rapporto tra sistema imprenditoriale e sistema bancario. Una crisi che tuttavia ha contribuito alla nascita di strumenti di finanziamento alternativi rispetto ai tradizionali canali del credito che, secondo l’indagine appena pubblicata dall’Università di Cambridge, nel 2015 in Europa sono valsi ben 5,43 miliardi di euro, di cui però solo 32 milioni di euro in Italia (44,9 milioni secondo il più accurato report sul contesto italiano redatto dall’Osservatorio CrowdFunding del Politecnico di Milano). 

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Strumenti come il Peer-to-Peer Lending, l’Equity Crowdfunding, e l’Online Invoice Trading – per citarne i più utilizzati – in Inghilterra, Francia e Germania stanno rapidamente diventando di uso comune, certamente per chi vuole fare innovazione con startup, ma anche per le strategie di crescita e/o di consolidamento di piccole imprese in settori più tradizionali come il retail e la manifattura. Paradossalmente in Italia - tra i grandi paesi europei quello con la più alta percentuale di valore aggiunto creata proprio dalle MPMI – queste forme di finanziamento alternativo, pur presenti ed in costante crescita, non sono ancora riuscite ad affrancarsi dall’essere strumenti riservati ad una comunità ristretta composta da startup, consulenti ed appassionati di innovazione.

Vincoli normativi, ma anche una certa diffidenza tutta italiana verso strumenti di finanziamento/investimento che passano completamente dal canale internet, sono tra le cause più comunemente citate per giustificare tale ritardo. Tuttavia, a mio parere, vi è anche una bassa consapevolezza da parte di imprenditori e manager sulle reali potenzialità di questi strumenti e sulle strategie che possono massimizzarne i benefici per le aziende, sia in termini economico-finanziari, ma anche di marketing.

In tal senso, workshop come quello organizzato per il 23 settembre da IFAF diventano occasioni importanti nel fornire un quadro chiaro su questi e altri strumenti, che in altri paesi stanno dimostrando di essere in grado di sopperire – almeno in parte – alle carenza e difficoltà dei tradizionali canali di finanziamento delle piccole imprese.

 

Carlo Zanaboni